Se la famiglia è mutietnica… Partire dal principio, o meglio, dalle origini
Apr201302

[Da SOS Tata Magazine n. 5]

Quattro figli e un quinto in arrivo. Si direbbe una famiglia felice. Non è così: si trovano in bilico, perché non sanno chi sono.. È una missione per tata Adriana!

Lei, mamma Jalila, è marocchina, lui, papà Gianni, italiano. Origini diverse, culture diverse. Eppure, l’allegra prole (Elias, Omar, Adam, Sofia) sta crescendo come se non possedesse tutta questa ricchezza culturale alle spalle. La situazione pesa sull’identità della famiglia, che è sospesa. Non sapere chi si è realmente genera confusione. Prima interiore, poi esterna alle dinamiche familiari.
Paesaggi bucolici, casali. La modernità è a un passo, tuttavia si respira l’odore di campagna, le meraviglie della tranquilla provincia italiana, di Belforte all’Isauro, fra Pesaro e Urbino. Casa Matteucci, però, è tutto fuorché tranquilla. Anzi. Ognuno fa di testa propria. Mancano “rituali” in comune da affrontare insieme (i pasti o la nanna, per esempio) e si fa addirittura fatica a comunicare perché il linguaggio usato è sbagliato. La famiglia è in una situazione di equilibrio instabile.
TRADIZIONI, QUESTE SCONOSCIUTE
Jalila è perfettamente integrata in Italia. Lavora nella gestione di un bar con Gianni, suo marito. Le sue origini, però, sono messe da parte. Non che se ne vergogni, tutt’altro, ma le ha tralasciate a tal punto da non trasmetterle, neanche in minima parte, ai figli. Se da un lato, come lei stessa afferma, non ha voluto imporre il suo credo religioso alla prole: “Anche se sono cattolici – dice – l’importante è che credano in qualcosa”. Dall’altro non è giusto che i bambini ignorino quasi del tutto le tradizioni materne. Tanto che, Elias, il più grande, fa addirittura una battuta sgradevole: “L’abbiamo comprato dai marocchini”, sottolinea il ragazzo in giro per shopping. Parole tremende per la mamma. Per recuperare la bussola della propria famiglia, lei deve partire dal principio, dalle sue origini. E condividerle con i figli.
DIALOGARE AIUTA
I quattro bambini di casa Matteucci si sentono italiani al cento per cento. Ma non è così: per metà sono marocchini. E questa è una ricchezza, un patrimonio incredibilmente prezioso, da non disperdere. Se solo vivessero di più le tradizioni della madre, si sentirebbero maggiormente sicuri anche di loro stessi. Ecco perche è necessario dialogare e coinvolgerli. Magari con una scusa, come potrebbe essere quella di cucinare pietanze appartenenti al retaggio di Jalila. Ed è così che propongo alla mamma di preparare per i suoi bambini un piatto tipico della sua terra. La donna si dimostra entusiasta e cucina uno squisito cous-cous. La famiglia si ritrova insieme a tavola e il cibo diventa un ottimo pretesto per parlare del Marocco, del suo splendido mare e delle tradizioni. I figli si appassionano al discorso della madre: stanno iniziando a conoscere e apprezzare la ricchezza della cultura marocchina che, così come quella italiana, deve far parte della loro vita. La conversazione procede piacevolmente e aiuta Elias, Omar, Adam e Sofia a superare alcuni luoghi comuni e stereotipi. Tutti e quattro, insieme ai genitori, tempo fa sono stati in Marocco a trovare la famiglia della mamma. Hanno giocato con i loro cuginetti, si sono divertiti. Chiedo quindi al primogenito che differenza c’è tra loro e i parenti che stanno in Africa. “Sono tali e quali a noi, solo che parlano una lingua diversa”, mi risponde prontamente. La mamma è finalmente felice ed è sicura che i piccoli stanno cominciando a capire chi sono, scoprendo l’altra parte delle loro origini, quella marocchina.

[Tratto da “SOS Tata Magazine” n.5 disponibile in tutte le edicole]